Il silenzio di chi fa la guerra

Dopo il quarto o quinto posto di blocco abbiamo trovato una strada che piegava a destra, e dunque verso Gaza, libera. E l’abbiamo presa, come fossimo due turisti attirati dal cartello giallo che prometteva qualche curiosità archeologica o naturalistica, questo non era chiaro. Dopo duecento metri ci hanno fermato, e siamo tornati indietro.
11 AGO 20
Ultimo aggiornamento: 17:34
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Il risultato era che nel prato lì attorno gironzolavano una decina di soldati che finalmente chiamavano casa, genitori o figli, ragazze o amici, in un brusio incomprensibile e felice. Approfittando dell’occasione, mi sono messo accanto al tecnico, dalla sua parte del tavolino, e ho chiesto se qualcuno potesse spiegare in due parole, a un’opinione pubblica internazionale confusa e divisa, perché erano lì. Mi hanno guardato tutti, ma soltanto uno ha detto, scusandosi, che non avevano voglia di rispondere. Non è diffidenza, e neanche indifferenza. E’ soltanto che sono convinti di non essere capiti. So già quello che mi avrebbero detto: che faresti se una parte del tuo paese finisse sotto i missili un giorno sì e l’altro pure? So già che se gli avessi chiesto del cessate il fuoco rigettato mi avrebbero risposto che non vogliono tornare al punto di partenza. So anche quello che mi avrebbero risposto se gli avessi detto delle vittime civili: è Hamas che se ne fa scudo. Ma non mi hanno detto nulla, e sono rimasto lì a guardare loro e i telefonini, mentre dalla skyline di Gaza City si alzava una nuvola densa di fumo nero.
Non sono un fanatico dell’equidistanza – non metterei mai sullo stesso piano Israele, che vuole la cessazione del lancio dei Qassam, e Hamas, che vuole la cancellazione di Israele – ma la distanza mi piace. So come funzionano le agenzie delle Nazioni Unite, da queste parti, e come facciano ormai parte della società civile palestinese, con le loro migliaia di impiegati locali e i funzionari che si sono umanamente assimilati. So come funziona il giornalismo palestinese – non hanno un’Amira Hass, la sua indipendenza è un lusso ebraico – e so come funziona la propaganda dell’orrore, ho visto troppi corpi trascinati nei funerali come un trofeo impudico. Ma tutte le barriere che Israele ha posto al nostro lavoro di cronisti, con la ferma gentilezza di chi ti tiene distante, mi sembrano il monumento di una incomunicabilità, eretto da chi sa che non sarà protetto e salvato da noi – né dall’assedio che lo cinge, né dai suoi stessi errori, dalle sue stesse cadute – che dovrà fare da solo, nel proteggere i suoi cittadini.
Nel farlo, Israele ha sicuramente messo nel conto l’ondata di proteste internazionali, il prezzo d’immagine da pagare. Probabilmente ha pensato che era il prezzo minore, altrimenti sarebbe continuato tutto come prima. Mi fa male, questa specie di autismo di Israele, perché rivela che ci dà per persi, e dunque si sente perduto, e deve fare da solo. Ma lo capisco, quando penso a come ce la caveremo, fra tre settimane, con la giornata della memoria, e le sue ipocrisie. Mi fa peggio pensare che il prezzo pagato sia anche, per Israele, accettare una proporzione inaccettabile fra vittime civili e vittime combattenti. Perché questo, ancora prima che la sua notizia, rivela una disperazione solitaria. Ed è la distanza peggiore, fra noi accampati sulla collina, su cui adesso sono spuntate le tende ed è stato adottato un cucciolone nero che dorme nelle lunghe borse imbottite dove prima o poi verranno ripiegati i treppiedi, e loro, che non hanno voglia di parlare.